LA LUNGA VITA DI UN MAGLIONE ROSSO

LA LUNGA VITA DI UN MAGLIONE ROSSO
[di Ambra Orengo]
Abiti usati e progetti per fasce deboli: il doppio circolo virtuoso di Vesti Solidale, che evita lo spreco e investe nel sociale

Sinossi

Vesti Solidale è una cooperativa sociale che si occupa del recupero di abiti usati sul territorio di Milano. La cooperativa, tramite i cassonetti gialli del progetto Dona Valore, raccoglie ogni anno oltre 5 mila tonnellate di indumenti. Parte di questi vengono trattati (selezionati, controllati, igienizzati) e poi immessi nuovamente sul mercato. Altri vengono venduti ad aziende terze che a loro volta li ricicleranno come abiti di seconda mano o come fibre tessili. Il ricavato ottenuto dalla Vesti Solidale serve a due scopi: pagare i lavoratori della cooperativa (di cui circa un terzo sono persone appartenenti alle cosiddette “fasce deboli” della popolazione) oppure vengono investiti in progetti sociali sul territorio. In questo modo, la lotta allo spreco e il riciclo degli indumenti generano non solo un impatto positivo per l’ambiente ma anche, e soprattutto, per le persone più bisognose.

Rosso, di lana, con ricamati alcuni fiocchi di neve. Uno di quei classici maglioni che si usano nel periodo di Natale. Anna lo ha ricevuto in regalo l’anno scorso. L’ha messo due volte, forse tre, ma proprio non è “il suo genere”. Ora è estate, è tempo di fare il cambio degli armadi ed eliminare quello che non serve più. O che, semplicemente, non le piace. Il maglione rosso finisce insieme ad altri capi nel sacco della spazzatura. Ma la sua vita non termina lì. Prima destinazione: il cassonetto giallo per la raccolta degli abiti usati. Anna pensa che così i suoi scarti “andranno ai poveri”. Quello che non sa è che nel destino del suo maglione rosso c’è anche molto altro.

Le vie dei cenci sono infinite

I cassonetti gialli presenti sul territorio di Milano, primo e fondamentale punto di inizio della seconda vita degli abiti usati, sono gestiti da sette cooperative sociali che fanno parte della rete Riuse. Tra queste c’è la Vesti Solidale, con sede a Cinisello Balsamo. Tutte insieme, partecipano al progetto Dona Valore, un servizio di raccolta di abiti usati attivo dal 1998. I duemila cassonetti sono contrassegnati dalla scritta “Dona Valore”, che ne identifica l’appartenenza alla rete di cooperative che collaborano con la Caritas.
«In vent’anni di attività abbiamo raccolto circa 30 milioni di capi che equivalgono a 120mila tonnellate», racconta Carmine Guanci, fondatore di Vesti Solidale. «Si tratta di una piramide che ha come base il campo di San Siro e come altezza 375 metri, cioè i grattacieli Pirelli e UniCredit uno sopra l’altro». Un volume impressionante: sono circa 10.800 tonnellate totali raccolte ogni anno, di cui circa 5mila dalla sola Vesti Solidale.

Ma torniamo al maglione rosso. Una volta finito nel cassonetto giallo, potrebbe andare in beneficenza, se il cassonetto scelto da Anna fosse all’interno di una parrocchia. «La parte che va in beneficenza arriva direttamente alle parrocchie. Abbiamo centinaia di cassonetti nelle chiese. Loro prelevano quello di cui hanno bisogno per vestire i poveri, e poi tutta l’eccedenza viene conferita a noi», spiega Guanci. Oppure, se lasciato in un cassonetto in giro per la città, il maglione verrebbe ritirato dalla Vesti Solidale e trattato come rifiuto. La distinzione qui è fondamentale: secondo la legge n.166 del 2016, si possono considerare donazioni solamente gli indumenti usati conferiti «dai privati direttamente presso le sedi dei soggetti donatori». Viceversa gli indumenti depositati nei cassonetti per strada rientrano nella categoria dei rifiuti e devono essere gestiti come tali: selezionati, controllati, igienizzati e poi immessi nuovamente sul mercato.
In ogni caso, i numeri degli indumenti raccolti vanno ben oltre le necessità dei più bisognosi. Per questo motivo, la Vesti Solidale ha trovato il modo di trarre valore sociale anche dalle eccedenze. Gli indumenti raccolti vengono trattati per essere rivenduti sul mercato dell’usato, oppure venduti a soggetti terzi che, a loro volta, li tratteranno per rivenderli o per trasformarli in materie prime come fibre e filati. Le risorse economiche ottenute da questa vendita vengono poi utilizzate dalla Vesti Solidale per pagare i propri lavoratori oppure investite in progetti sociali sul territorio, in doppio circolo virtuoso.

Questione di numeri

Si stima che ogni cittadino europeo consumi oltre 13 kg di indumenti all’anno e che 5,7 milioni di tonnellate diventino rifiuto: una quantità che può essere contenuta in 5.500 piscine olimpioniche, come spiega la rete europea Rreuse sulla base di dati Eurostat. Parallelamente, i numeri della raccolta differenziata sono in aumento. Come registrato dal Rapporto Rifiuti Urbani 2017 dell’Ispra, nel 2016 in Italia sono state raccolte in modo differenziato oltre 133mila tonnellate di rifiuti tessili (2,2 kg per abitante), a fronte di un costante trend di crescita registrabile negli ultimi 5 anni.
Un recupero che equivale a un risparmio, energetico ed economico, notevole. La rete Riuse calcola che, grazie al proprio lavoro di raccolta e riciclo, ogni anno si evitano le emissioni di 28.800 tonnellate di CO2, lo spreco di 48 milioni di metri cubi d’acqua e l’uso di 1.600 tonnellate di pesticidi, con un risparmio di circa 2 milioni di euro di costi di smaltimento.

Dentro agli abiti: le persone

Le caratteristiche della Vesti Solidale stanno tutte nel suo nome: i vestiti, oggetto principale delle attività, e la solidarietà, verso i soggetti che partecipano a questo circolo virtuoso. I ricavati della cooperativa ne sono l’esempio: «Ogni anno destiniamo a progetti sociali circa 500mila euro», spiega Guanci. Su un fatturato di circa 5 milioni di euro, si tratta del 10% dei ricavi che vanno ai più diversi progetti: dall’housing sociale all’accoglienza per i rifugiati, dall’inserimento lavorativo al sostegno agli anziani. In vent’anni, le sette cooperative aderenti a Dona Valore hanno sostenuto 120 progetti, per un totale di oltre 3 milioni di euro erogati. «Così restituiamo sul territorio una ricchezza ottenuta grazie al lavoro di soggetti appartenenti a fasce deboli della popolazione», spiega Guanci.
La Vesti Solidale, infatti, impiega in totale 98 lavoratori, di cui 27 sono soggetti svantaggiati o appartenenti a fasce deboli. La maggior parte sono disabili fisici o psichici, altri sono rifugiati, oppure persone con alle spalle percorsi di uscita dal carcere o da droghe e alcool. «C’è chi è stato in prigione e ora si alza la mattina alle 5.30 perché abita lontano e non ha la macchina. Allora prende la bicicletta pur di venire a lavorare e avere un’attività regolare che gli permetta di sostenere la famiglia», racconta il fondatore della cooperativa.
C’è Angelo, ex muratore, rimasto senza lavoro per due anni, con due figli e una moglie che lavora tre ore al giorno. Ora è impiegato nel magazzino della Vesti Solidale, a tempo indeterminato. C’è Marcello, che da giovane è finito in comunità e, una volta fuori, in mezzo alla strada. Lavora come operatore della Vesti Solidale dall’inizio, dal 1998, due anni dopo la nascita di sua figlia. «Non avevo mai fatto lavori pesanti ma Carmine (Guanci, ndr) mi ha detto “Ce la devi fare!” e allora sono rimasto. E sono ancora qui». E c’è Eyasu, che viene dall’Eritrea, è scappato dalla guerra, e da un anno è assunto a tempo indeterminato in uno dei negozi che vendono gli abiti recuperati e trattati dalla Vesti Solidale.

La moda si fa eco-solidale

In totale sono sei negozi, presenti in quattro città diverse. Si chiamano Share (condividere, ndr) e il primo ha aperto nel marzo del 2014, nella multietnica via Padova, a Milano. «C’è veramente di tutto, taglie, stili, brand. Il bello è che chi viene nel nostro negozio deve cercare un po’. C’è chi è a caccia di marchi, chi dell’abito vintage che va tanto di moda. Ce n’è per tutti i gusti». A parlare è Monica Correngia, direttrice dello store di via Padova. «Due volte al mese la Vesti Solidale ci consegna tantissime tipologie di capi, sterilizzati e pronti per essere venduti». Di questi, circa 15 tonnellate all’anno vengono selezionate e trattate direttamente dalla cooperativa. Il resto viene acquistato da altre aziende (in Italia o in Europa) per garantire un vasto assortimento.
Si va dai jeans sbiaditi delle marche più commerciali, ai tubini di alta moda; dalle t-shirt con attaccato il cartellino, ai vestitini per bimbi utilizzati forse due volte. Il tutto presentato e ordinato sugli scaffali come in ogni altro negozio di moda. Monica, insieme a Eyasu, Valentina (una ragazza con un disturbo psichico che lavora part time in negozio) e Angie, accolgono in media 200 clienti al giorno. «Abbiamo un target trasversale, con diverse fasce di età e tipologie. C’è la signora milanese, molto raffinata, che viene a trovarci tutti i giorni. Oppure lo studente o i molti stranieri che cercano l’occasione», racconta Monica, mostrando i capi esposti i cui prezzi vanno dai 3 ai 18 euro. «E moltissimi turisti, che ci scoprono su internet. Il mercato dell’usato è molto in voga all’estero e quindi ci vengono a cercare».
Monica lavora nel negozio dal 2015. Da allora, dice lei, qualcosa è cambiato. «All’inizio c’era più diffidenza. Ora le persone che vengono dicono di comprare spesso abiti usati e sanno di essere “troppo piene di cose”». Aggiunge: «Spero che la gente promuova questo concetto di sostenibilità e solidarietà. È utile a tutti». Così come per la Vesti Solidale, anche Share destina parte del ricavato a progetti solidali. «Ad esempio, abbiamo finanziato alcune cure dentistiche per fasce deboli in un poliambulatorio di periferia». E se non sempre chi compra è consapevole dell’intento solidale, Monica dice di «spiegare a tutti i curiosi la filosofia del negozio. Altrimenti c’è internet, dove è tutto ben specificato».

Il doppio circolo virtuoso

«Noi recuperiamo gli oggetti per recuperare le persone». Le parole del fondatore della Vesti Solidale riassumono l’intero concetto di economia circolare che sta dietro la cooperativa. È un doppio circolo virtuoso che «attraverso il lavoro restituisce dignità alle persone, salvaguarda l’ambiente, propone modelli di consumo eco-compatibili e restituisce al territorio servizi per persone in difficoltà».
Un impegno che Carmine Guanci e i suoi colleghi portano avanti da vent’anni, non senza qualche difficoltà. «Non ci sono agevolazioni da parte delle istituzioni. Non riceviamo finanziamenti pubblici, non abbiamo un regime di Iva agevolato (su un paio di jeans usati, ad esempio, la si paga due volte sempre al 22%: al primo acquisto e quando viene rivenduto). Negli altri paesi europei è molto diverso», dice Guanci. Eppure si va avanti, con la stessa convinzione dell’inizio. Perchè? Guanci non ha dubbi: «Per le persone. In tutto sono passate per la cooperativa 500 persone. A cui hai dato una boccata di ossigeno per un pezzo della loro vita o le hai aiutate a recuperare un po’ di dignità e senso delle proprie capacità, che periodi di difficoltà li avevano portati a dimenticare o sminuire».

5 Luglio 2018 / by / in ,
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