JUNKER, IL CODICE A BARRE CHE SALVERÀ L’AMBIENTE

JUNKER, IL CODICE A BARRE CHE SALVERÀ L’AMBIENTE
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[di Federico Baccini e Elisa Cornegliani]
L’informazione sulla corretta raccolta differenziata passa anche da un’app. Un database di oltre un milione di prodotti, per capire come e dove buttare gli imballaggi

Sinossi

Chissà quante volte a ognuno di noi sarà capitato di non sapere in quale bidone gettare un prodotto.Tetra Pak, cartoni della pizza e polistirolo sono un’incognita per tanti. Nell’incertezza troppo spesso ci affidiamo al caso. Per pigrizia, disinformazione o scarso interesse, non importa quale sia il motivo, il risultato rimane lo stesso: riciclare è difficile. Ma una raccolta differenziata sbagliata è uguale una raccolta differenziata non fatta. Una possibile soluzione è Junker, l’app che classifica e scompone le diverse parti di cui è composto un imballaggio e informa sulla corretta destinazione di smaltimento. Il tutto funziona con un semplice codice a barre: basta inquadrarlo con la fotocamera per ritrovarlo nel database. La collaborazione con i Comuni è diretta: le amministrazioni si possono abbonare e delegare le comunicazioni alla start-up. A oggi hanno aderito in oltre 600. Per l’utente invece la comodità di ricevere tutte le notizie con una semplice notifica sullo smartphone e l’opportunità di partecipare dal basso alla raccolta dei dati. È questa la storia che si nasconde dietro alla zebra verde di Junker. Un codice a barre vivente, mascotte di un progetto che semplifica un gesto tanto quotidiano quanto fondamentale

Una confezione di latte, vuota. Da sempre il solito dubbio: dove andrà buttata? Giacomo cerca una soluzione, anche se complicata: è un misto di carta, plastica e alluminio. Sulla confezione c’è scritto di andare sul sito di Tetra Pak e controllare come si smaltiscono gli imballaggi comune per comune. Giacomo inserisce il Cap della sua città, Bologna. Viene rimandato al sito di Hera, il gruppo che gestisce l’eliminazione e il riciclo dei rifiuti. Clicca sulla sezione dedicata al Tetra Pak, inserisce il suo quartiere e scopre, finalmente, che quella confezione nel suo condominio va gettata nella carta. Sorge spontanea un’altra domanda: ma tutta questa fatica solo per buttare un bricco di latte?

Era questo il percorso che un consumatore responsabile doveva affrontare per cercare di differenziare in modo corretto. Una via tortuosa che spesso scoraggiava anche i più motivati ancora prima di iniziarla. Ma dal 2014 qualcosa è cambiato: ci ha pensato proprio Giacomo. Comincia qui la storia di Junker.

Un viaggio tra gli imballaggi

Junker come junk, rifiuto. Più “er”, come Emilia-Romagna dove tutto è nato. Ma anche come “buttatore di rifiuti” in inglese. Un’app che classifica gli imballaggi, li scompone nelle sue diverse parti e informa l’utente su come le componenti vadano differenziate, a seconda del comune in cui vive. E tutto questo solo leggendo il codice a barre del prodotto. Per smaltire un tubo di patatine, ad esempio, basta inquadrare con la fotocamera il codice a barre: Junker riconosce il prodotto all’interno del suo database ed è in grado di mostrare che il tappo è fatto di plastica, il tubo di carta e la linguetta va nell’indifferenziata.

L’idea è venuta a Giacomo Farneti, Todor Petkov, Benedetta e Noemi De Santis, informatici che ai tempi dell’università hanno portato questa proposta a un concorso per giovani imprese. «Collegare i codici a barre ai materiali e i materiali ai bidoni. Lo strumento ideale per realizzarlo era lo smartphone, perché ha sia una fotocamera che riconosce il codice del prodotto, sia un gps che può geolocalizzare l’utente e capire in quale comune si trova», racconta Giacomo. Differenziare infatti cambia di città in città. «Benedetta ai tempi viaggiava tra Bologna e Trento e l’ha visto coi suoi occhi: la stessa cosa che a Bologna viene buttata nella carta, a Trento finisce da tutt’altra parte. Cambiano i bidoni, la dicitura, i giorni di raccolta». A quel punto bisognava solo unire le informazioni.

Tre anni per sviluppare il progetto pilota e un database di oltre 1,5 milioni di prodotti, che raccoglie tutti i dati sui materiali di cui sono composti. «Ci eravamo promessi di sviluppare l’azienda solo se fossimo arrivati primi. Ci siamo però resi conto che la gente aveva veramente bisogno di uno strumento come questo. Siamo arrivati terzi, ma l’azienda l’abbiamo sviluppata lo stesso». Si chiama Giunko ed è la start up da cui nel 2016 è iniziato il viaggio di Junker.

Dal burocratese alla notifica

Con Junker è stata sviluppata una doppia funzione integrata. Di base tutti i cittadini possono scaricare l’applicazione gratuitamente e accedere al database in tre modi: ricerca per prodotto generico, per simbolo di smaltimento e lettura del codice a barre. Il servizio però non si ferma qui. I Comuni possono decidere di abbonarsi alla piattaforma e riversare le proprie regole di smaltimento all’interno dell’app. Il cittadino geolocalizzato in uno di questi Comuni dispone di un ulteriore servizio: l’app non gli indica solo di quali materiali è composto l’imballaggio, ma anche in quale bidone gettare ogni sua parte. Il costo è di dieci centesimi per residente, pagato interamente dall’amministrazione pubblica.

Ad oggi sono oltre 600 i Comuni abbonati. La copertura nazionale si estende dalle città capoluogo come Torino, Bari, Bolzano e Cagliari, fino ad arrivare ai piccoli comuni: «Raccontare la potenzialità di questo strumento è stato difficile. Quasi impossibile a voce, hanno parlato i fatti», dice Benedetta. «Un esempio su tutti è il comune di Vittoria, in Sicilia. Siamo passati in tre mesi dal 2 al 54 per cento di raccolta differenziata, con un picco di 40 mila segnalazioni. E pensare che all’inizio c’erano bidoni in fiamme per le strade». Quello di Junker è un successo che parte proprio dal basso, perché sono i cittadini a chiedere l’attivazione dell’abbonamento alle amministrazioni. Non solo. L’interazione con gli utenti è molto alta: possono inviare fotografie dei prodotti, suggerire correzioni e dare un primo riscontro sulle parti che compongono gli imballaggi. Anche su questo si basano gli aggiornamenti della piattaforma e l’app può continuare a svilupparsi.

Quella di Junker è quindi un’opera di traduzione, dal burocratese delle amministrazioni comunali al linguaggio chiaro che vogliono i cittadini, riassunto nel beep di una notifica personalizzata. Non è il cittadino a doversi preoccupare di cercare le informazioni, sono le informazioni a trovarlo: tutte le variazioni di calendario e le comunicazioni sono delegate dai Comuni agli informatici di Giunko.

La zebra insegna

«Parliamo sempre di massimi sistemi di economia circolare però poi le persone non sanno come differenziare i fazzoletti di carta o le scatolette di tonno». Noemi non ha dubbi: la corretta informazione in merito al riciclo è molto teorica, per nulla pratica. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo lanciato un contest: voi dove gettereste il gratta e vinci, carta o indifferenziata? L’80 per cento ha votato indifferenziato. Beh, vi sembrerà strano, ma è carta. La gente parla di raccolta differenziata, ma non la fa o la fa male, perché non ha le conoscenze adeguate». Nella top ten dei prodotti generici più ricercati dagli utenti, quindi i meno facili da riconoscere e da riciclare, compaiono quelli di tutti i giorni: polistirolo, carta forno e alluminio, cartoni della pizza, acchiappacolore e il famoso Tetra Pak.

«Ci vorrebbe una materia scolastica apposita», continua Noemi. Non è un caso se Junker organizza incontri coi bambini nelle scuole: «Ci aiuta molto la nostra mascotte, una zebra, l’animale con il codice a barre incorporato». Una zebra verde, come la natura e come l’impegno per la tutela dell’ambiente. È per questo motivo che gli inventori di Junker devono anche pensare alla propria formazione: è nata così la collaborazione con i sei consorzi dei materiali di imballaggio (come Corepla per la plastica e CoReVe per il vetro) che fanno capo al Consorzio Nazionale Imballaggi, il Conai. In questo modo le informazioni che veicolano tramite l’app sono sempre corrette e attendibili.

Sbagliare costa, ma fare giusto paga

Tutta questa informazione per cosa?

Primo, una raccolta differenziata sbagliata è come una raccolta differenziata non fatta. L’errore è sempre dietro l’angolo, anche se a volte fatto in buona fede. Spesso capita di non essere sicuri di quale sia il giusto bidone dove gettare un prodotto, e si spera che la scelta sia quella giusta. Si va a intuito o a fortuna. Senza mai fermarsi a pensare alle conseguenze di un riciclo fatto in modo superficiale. «I latticini danneggiano la plastica: buttare un vasetto di yoghurt senza svuotarlo prima fa sprecare un intero stock». Un altro esempio? «Pochi cocci di ceramica rendono irrecuperabile un’intera campana di vetro». Ma anche le cialde del caffè: «Uno spreco enorme buttarle nell’indifferenziata, quando il loro contenuto sarebbe compostabile».

Secondo, una raccolta differenziata corretta è l’unica via per sostenere l’economia circolare: se questa è l’economia pensata per rigenerarsi da sola, allora non si può ignorare i numeri della raccolta differenziata dell’ultimo decennio. Nel solo 2017 sono stati riciclati 1,4 milioni di tonnellate di vetro, pari a 4 miliardi di bottiglie di vino. 870 mila tonnellate di carta e cartone, cioè oltre 300 milioni di risme di fogli A4. 400 mila di plastica, equivalenti a 9 miliardi di flaconi di detersivo. E poi l’acciaio, 240 mila tonnellate, il peso di 625 treni Frecciarossa. Abbiamo evitato il consumo di quasi 4 milioni di tonnellate di nuova materia prima: una crescita inarrestabile, quasi il doppio rispetto al 2005. Un risparmio in materiale che genera guadagno in denaro, triplicato dal 2005 al 2017: si stima un valore economico del riciclo di circa 3,6 miliardi di euro.

Benedetta spiega che «la nostra guida ideale è la scala della sostenibilità: riciclo, riuso, riduzione. Riciclo, abbattimento dell’impatto ambientale rispetto alla lavorazione di nuova materia. Riuso, il vuoto a rendere: il vetro lo risciacquo, la latta la riutilizzo. E infine la riduzione del rifiuto: non lo creo, compro i prodotti alla spina senza imballaggio». Per ora con Junker si sta lavorando alla prima fase con sempre più servizi, concentrandosi sul fine vita del prodotto. Ma il futuro è a monte, già nella fase di acquisto, con la discriminante della sua sostenibilità.

Adesso che sappiamo cosa si nasconde dietro un codice a barre, è quasi impossibile resistere alla tentazione di aprire l’app e cercarli ovunque. Un gesto nuovo di rispetto verso l’ambiente, mai fatto prima, che adesso diventa parte della quotidianità. Anche quando stiamo per uscire dalla porta della sede bolognese di Junker. Lo sguardo cade su un dettaglio: un codice a barre formato zerbino. «Junker lo rileva», sorride Benedetta. «Aprite l’app e lo scoprirete». Ce ne andiamo con l’immagine dell’ufficio di Giunko sul cellulare, appena rilevata dalla scansione dello zerbino. Se Junker non è ovunque, poco ci manca. 

5 Agosto 2019 / by / in , ,
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